Milano, arrivo.

Tra meno di due mesi salgo in macchina e torno definitivamente da te.

Devo dire che la cosa che mi manca di più è l’essere una cittadina e non una immigrata, perennemente “straniera”. Mi manca sentirmi davvero profondamente integrata. Sicuramente questa incertezza è dovuta al fatto che sono qui in Norvegia da poco (circa un paio di anni), che ancora non parlo bene la lingua e che non ho molti amici o abitudini norvegesi.

Mi chiedo se persone che stanno qui da 25 anni si sentano parte integrante della società, oppure ancora hanno quella sensazione di non appartenenza che mi lascia tanto spaesata.

E dire che ho vissuto anche quasi quattro anni in Brasile, dove però non ho mai vissuto la condizione di “estranea” o mai sentita fuori luogo. Forse per la mia carnagione, forse perché parlavo bene il portoghese, forse perché avevo amici, scuola e parenti lì affianco a me. Quindi ero italiana, ma anche brasiliana.

Per la prima volta nella mia vita ho vissuto questa condizione di outsider. E non è una bella condizione.

È evidente che il colore della mia pelle fa la differenza, non per i norvegesi, che per la maggior parte non hanno discriminazioni verso gli stranieri. Essi stessi, però, non tendono ad includere facilmente persone esterne alla loro cerchia. Ho visto moltissimi adolescenti, probabilmente di famiglie emigrate dall’Etiopia, Somalia, Eritrea che parlavano perfettamente norvegese (anzi, a dire la verità mi faceva strano sentirli parlare con quell’accento), ma perfettamente integrati. Spesso con gruppi di amici o compagni norvegesi; a volte con fidanzate bionde. Loro sono stati inclusi attraverso l’entrata principale: la scuola.

Ma per tutti quelli che non hanno modo di “entrate” nel tessuto sociale norvegese attraverso questa porta (scuola e lavoro) è davvero difficile penetrare le spessissime barriere erette qui dai norvegesi. Percepisco una certa diffidenza all’inclusione forse a tutela di un proprio “orgoglio nazionale”. Questa è una mera percezione e, mi ripeto, non ho mai vissuto episodi di discriminazione razziale.  E mi trovo bene. I norvegesi – pochi – che ho conosciuto sono persone meravigliose con una gentilezza e una accoglienza davvero fantastica.

Appena sanno che sono italiana, poi, cominciano a parlare del loro amore per il mio paese e di quante volte siano stati in vacanza in Liguria, a Roma, a Venezia, di quanto sia bella la costiera Amalfitana… e quanto sia buono il vino italiano. Amano l’Italia. Non avevo idea di quanti nordici venissero in vacanza nel nostro paese.

Da quando sono qui ho imparato tante, tantissime cose. Tra cui il rispetto e la comprensione che si deve avere verso le persone che espatriano, per qualsiasi ragione, perché queste stesse persone cercano di vivere la propria vita in un altro posto, diverso per cultura, abitudini, lingua, cibo, rispetto al loro pese d’origine. Ci provano; provano a vivere fra noi a volte cercando di essere invisibili per “non dare fastidio” a volte cercando di mimetizzarsi e diventare più “come noi”. Io per prima a volte mi mimetizzo: sul treno non parlo al telefono perché non voglio disturbare la quiete generale che c’è; in gruppo parlo a bassa voce o aggiungo dettagli al mio abbigliamento più vicini a usi norvegesi (vedi catarifrangente o uso dello zaino).  A volte, persino, mi avvicino alle abitudini di qua: sono andata a fare sci di fondo, ho passeggiato per il bosco la domenica, sono andata in barca a vela per il fiordo di Oslo.

Ma sapete una cosa? Mi sentivo una perenne turista. Bellissime esperienze. Ma da outsider.

Ci vogliono anni, tanti anni, per sentirsi più inclusi. Bisogna avere parenti e amici cari. Bisogna parlare fluentemente la lingua. Bisogna cambiare il modo di vivere, ma soprattutto per non sentirti troppo un outsider, devi cambiare modo di pensare. Sia tu che vivi all’estero, sia tu che vivi nel tuo paese e conosci stranieri. Proviamoci tutti.

 

Posted by:iaraheideblog

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